ché poi io rido
ché io poi rido, ché poi non è che io non rida, va ben’, non è solo quello, c’è il sugo, il sugo c’è, inequivocabilmente c’è, c’è il sugo, c’è un mondo, tutto un mondo, tutto un circo con tutto un tendone, i nani le ballerine gli elefanti e il mago, c’è la magia, c’è il romanticismo sfrenato e tenero che manda fuori le ragazze, c’è una giacchetta nera molto armani e la birra presa all’ultimo secondo appoggiata sul tavolino affianco
ché poi io rido, io, ridere, rido, rido di gusto, rido con fare gustoso, rido esuberante e spontaneo, rido oltraggioso, più che altro in spontaneità, in purezza, e mentre mi parte il conàto di riso io son lì che mi chiedo perchè, mi chiedo perché, io, che ’sta poesia l’ho sentita centoventisei volte, centoventisette, magari centotrentùno, devo aver perso il conto attorno alla novantasette, perché io, com’è che io ancora rido, centotredicesima volta, perché, la so a memoria, la so.
rido. ma non è quello.
forse è che io vedo i miglioramenti, ho visto i primi passi, magari i primi primi no, ho visto i secondi, diciamo, l’ho visto passar dal pannolino al vasino, diciamo, è una metafora, certo, è una metafora, l’ho visto sabotare il pubblico in passato, passarlo al filo di ferro incandescente piegato a forma di tanti alberelli di natale delle sue parole, travolgerlo e venirne travolto, ora il pubblico l’ha in pugno, non si fa travolgere, guida lui, ha il controllo e lo stile e l’eleganza e il personaggio e la persona e la maschera e il teatro, e la voce, soprattutto la voce e il controllo, soprattutto il controllo, da vulcaniano purosangue, che misura il tempo, le pause, i tempi, il ritmo, e regola sapiente il battito dei respiri dei presenti, applaudenti, entusiasti.
insomma, io rido e che bello quando, dal mio punto di vista, certo, che bello quando, a volte, succede che la mia risata argentina nasale cristallina spontanea parecchio sonora e solitaria, che le belle ragazze (c’è sempre pieno di belle ragazze a queste letture, sempre, ma belle belle eh, come piacciono a me, con vestitini a fiori, con elastichini fra i capelli a far codini, con scarpe rosse matte, con golfini legati da nastrini, bionde, more, occhi io non li guardo ma ci son tutti gli occhi che vi posson piacere, c’è pieno di ragazze con occhi di tutti i vostri colori preferiti, ragazze che tu vorresti incontrarle fra l’uva anche se son no tue ex-fidanzate, che vorresti guardarle sfrecciare la notte sul sellino col culo, bello, che culo, rotondo, di notte), che le belle ragazze mi chiedon scherzando se son lì a far la claque, ma no, che claque, qui è una questione di gusto mio, di ammirazione per certi lavori di fino in certi passaggi, certe preposizioni raddoppiate, certi “di” messi in posti che, certe erre arrotate), dicevo, che bello quando poi il mio riso penetra la barriera e si trasforma in suo, e la sua perfetta maschera di vulcaniano ricoperta di barba e spuma di birra ha un’increspatura e gli scappa un sorriso.
che bello.
la superpinza, madonna bonina.
insomma, c’era poesia nell’aria ieri sera, c’era il cocciantone, c’erano belle ragazze, ragazzi medii, ma io faccio no testo su questo, ma soprattutto c’era amore nell’aria ier sera, cazzo se c’era amore. amore di tutti i gusti, di tutte le specie e di parecchie qualità.
ma soprattutto, cazzo, quanto ce n’era.
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io so una cosa che forse voi non sapete.
il dottor spock di star trek nella geniale puntata nomàta “Amok Time” del 15 settembre 1967, diventa irascibile e violento, illogico ed emotivo, permaloso e insolente e dopo la visita del dottor McCoy si scopre che una volta nella vita i vulcaniani devono accoppiarsi per forza con la femmina a loro destinata sin da quando son bambini, altrimenti muoiono. e spock deve tornare a vulcano e fare tutto un rito durante il quale ammazza il capitano kirk in una lotta all’ultimo sangue, ma alla fine…
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disclaimer: questo post parla di guido catalano, curatore della collana sabotage, di cui questo blog. l’evento a cui ho assistito è il “catalano solo reading” al circolo pueblo di torino.









c’erano cose e cose dette bene e con la luce giusta pure da impiedi.
(te si sa che ci sei perché ti si sente ancor prima di vederti!)
me lo ricordo bene quel momento lì, la superpinza e tu che ridi più forte e Guido che perde un momento l’aplomb da spock. Non dico che valeva la serata, ma quasi
grazie grazie grazie per questa cronachina in cui ha messo tutto quello che finora era stato solo nell’aria. E lo dico spesso anch’io, che mica si ride solo per le cose che fan ridere.
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