05
Feb
2009

Ho anche mangiato i carciofi alla giudia - Cronaca di viaggi poetici

Il fine settimana scorso è scorso in viaggio poetico esistenziale. Esistenziale perché io esisto di più non quando scrivo ma quando leggo le poesie davanti alle persone e per farlo io mi sposto nello spazio e dunque anche nel tempo. Dal giovedì alla domenica con mezzi vari sono esistito, mi son spostato, sono invecchiato. Quando sarò morto io non potrò più usare la mia voce per leggere le mie cose in giro dunque non esisterò più.

Il fine settimana scorso è iniziato giovedì sera al Kalimba, locale di Torino carino lui e carine le sue gestrici. Il Kalimba si sviluppa nel sottoterra in una serie di piccole grotte, l’ultima delle quali preposta alle esibizioni varie. Avevo un muco notevole e male di gola dunque grazie all’amico poeta bravuomo ho portato il taxi giallo che è un amplificatore di quelli da baskeristi con la pila dentro e avevo il microfono e l’asta. Non li ho usati anche se avevo il male di gola perché la grotta del Kalimba era piccola e confortevole e poi il mio nuovo medico preferito di nome Marco mi ha portato in omaggio le acque termali in boccetta e spruzzatore di Sirmione che son cose che ti aprono il cuore oltre che le vie respiratorie. Ero solo a leggere le mie poesie, senza musici, né, purtroppo, ballerine, ma c’era un bel po’ di gente, che la cavernetta era zeppa in ogni ordine di posto e anche per terra che quando le persone si siedono per terra a me piace, a me piace sedermi per terra. Ma io ero in piedi e ho letto le poesie e la gente ascoltava ed era tanta e sconosciuta in buona parte o forse io avrei dovuto conoscerla ma ho un problema grave di memoria e poi la cosa bella nel bello generale è che le persone, io mi sono accorto, alcune poesie mie le conoscevano, io avevo la percezione che le conoscessero, non dico tutte ma alcune, diciamo quelle più vecchie e questa è una cosa che ti dà da pensare ti dà da pensare pensieri positivi di bellezza infatti qualche settimana fa Beppe Rosso me lo disse, mi disse guarda che ho notato che le persone facenti parte del pubblico folto e contento - si era col Gattico e la Suzuki al Basaglia per Sbronzi all’Alba - guarda che ho notato, mi disse il Beppe, sapevano le tue poesie e questa è una cosa bella. E io infatti gli risposi che sì era una cosa bella e buona e giusta e la cosa mi rendeva e mi rende e mi renderà felice perché mi sento come Robinuilliam mi sento che è come con le canzoni ma queste son mica canzoni, son poesie anche se poi sul discorso di cosa siano veramente queste cose si potrebbe aprire un gustosissimo dibattito ma secondo me sono poesie.
Poi è arrivata anche la signora Siae che qui a Torino la signora Siae non se ne perde uno dei miei ridding che devo piacerle un casino alla signora Siae che viene sempre a vedermi e io sono onorato e insomma ha creato come sempre un po’ di scompiglio la signora Siae ma poi è finito tutto a tarallucci e birra.
E la serata al Kalimba è ben scivolata via e poi è giunto il Venerdì.

Il Venerdì alla volta della lontana Genova. Col vecchio Sirianni in automobile. Lui guida io canto le canzoni nel tragitto. Per la terza puntata del Grande Fresco alla Claque del Teatro della Tosse, in pieno centro storico, signori, tra i vicoli di Genova. E ho visto il mio primo topo genovese di cui tanto sentii parlare. Era piccolo però. Piccolo e tondo. Probabilmente una topa. Rosicchiava qualcosa tra i ciottoli del vicolo e io mi sono avvicinato senza paura che era troppo tonda e piccola per fare paura e coraggiosa per di più che avrei potuto tirarle la coda che lei mica si spostava, rosicchiava la topa tonda. Ma non glie l’ho tirata la coda perché non mi sembrava carino romperle le palle alle tre di notte mentre faceva la sua merenda notturna.
E lo spettacolo alla Claque è andato gran bene, il migliore dei tre. Parecchia gente malgrado il biglietto a dodici euri e la presenza incommensurabilmente gradita del polistrumentista Edmondo Romano, maestro di tutti i flauti del mondo che mi ha pure tenuto una breve lezione tecnico-storica sui flauti irlandesi che è un gran gran bel trip. E poi c’era Enrique Balbontin, uno dei pochi cabarettisti viventi che riesca a farmi ridere.
E si è partiti direzione Torino mica presto che uno se è a Genova lo sente come imperativo di farsi un giro nei tanti locali, localini e localacci di Genova notturna a degustare i prodotti tipici e incontrare persone che ti raccontano storie della città e dei suoi personaggi che tu non sai se siano tutte vere ma sono spesso e volentieri piuttosto meravigliose e poi, vabè, lo ammetto, sì è bevuto un poco.
E poi dicevo, si è partiti direzione Torino col vecchio Sirianni alla guida che mi chiede perché non ti prendi la patente e io che gli rispondo perché ci ho una gamba di legno e poi io finalmente capisco cos’è un banco di nebbia.
Tu stai viaggiando a velocità moderata sull’autostrada Genova-Torino chiacchierando amabile col Sirianni se sei me, con me se sei Sirianni quando vedi un muro bianco che ti viene addosso a velocità assai meno moderata. A quel punto inizi a sentire una validissima collezione di bestemmie da parte dell’autista, ed entri in una dimensione di lattiginosità al bianco assoluto. Trenta metri di visibilità che trenta metri sembran tanti ma mica. Che poi eravamo pure un po’ stanchi. E ci siam fermati all’autogrill e il Sirianni mi ha detto tu adesso vatti a prendere un panino per te e un caffè per me che prima, in effetti, avevo espersso un mio piccolo desiderio di fame e mentre uscivo dall’abitacolo con uno sbalzo di temperatura di circa quattordici gradi vedevo il mio socio abbassare lo schienale della poltrona per sprofondare a tempo di gran record in un sonno profondo.
E gli autogrill di notte a me mi mettono il buon umore. Ero solo con la signora che mi ha scaldato il panino con la cotoletta di pollo che è il mio preferito e l’ho mangiato anche piuttosto veloce in quanto affamato e intanto guardavo alle luci di neon tutti i meravigliosi gadgets che tu puoi trovare nell’autogrill e poi ho portato il caffè al Sirianni dormiente e lui si è svegliato lo ha bevuto e si è riaddormentato e io ho abbassato il mio schienale e ho dormito.
Mezz’ora dopo si era in strada di nuovo e si arrivava in Torino alle sei del mattino stanchi ma felici nonché illesi malgrado i muri bianchi costellanti la strada.

E non era finita lì ché alle due prendevo un treno per il Nord Est d’Italia per l’appuntamento con il potente Mauro Gasparini con il quale noi si ha un progetto di doppio ridding ad incastro dissincronico costituito dal suo monologo e le mie poesie. Titolo della faccenda: Una motosega per Brandon Sclero. Eravamo in un auditorium non proprio in Padova centro ma in località Altichiero e mentre aspettavamo che il pubblico entrasse si stava nascosti dietro le tende e io vedevo entrare le persone ed era un pubblico di rara mistezza. Pubblico misto. Non facile signori. Settuagenari e oltre, giovani e anche qualche bambino che io dei bambini ci ho una paura boia per la questione che uso spesso e volentieri le cosiddette parolacce o parole sconce che in realtà i bambini si scassano ma il problema son i genitori. Un po’ come i cani che cagano sul marciapiede. Mica colpa loro no?
Comunque per stemperare la tensione, dietro le tende ho iniziato a cantare a nastro la mia nuova canzone-mantra “Mister Panino” che fa più o meno così:
Mister Panino, Mister Panino, Mister Panino, Mister Panino, Mister Panino, Mister Paninoooo, Mister Panino, Mi-i-ster-Panino (e alla via così).
Va cantata sulla musica della canzone di Eugenio Finardi quella che parla della radio che ti libera la mente.
E non lo so se al Gasparini la cosa lo rilassasse. Temo di no. A me sì.
E poi ci siam lanciati come un sol uomo sul palco io armato di gelato e poesie, il Gaspa d’archetto e monologo brandoniano e abbiamo fatto il nostro bel dovere. Io mi sono inserito con un set di poesie d’amore intenso dopo la sua prima parte che si concludeva con la bellissima storia di Amelia e poi ancora lui e poi ancora io a raccontare storie con il pubblico che all’inizio non so se capiva cosa stava succedendo ma poi sì. Poi l’ha capito e ci ha fatto l’applausone finale, quello che devi uscire dalle tende tre volte a ringraziare e a inchinarti. E poi tutti a mangiar la pizza. Sotto la neve.

Infine eccomi sul treno per Roma. Stanco, felice e anche con qualche soldo in saccoccia che non guasta.
Per il finale migliore che potessi desiderare. Andare a trovare bella ragazza mia nella capitale. Ad esistere anche in quell’altro modo, quello che c’è un uomo e una donna che si guardano, si dicono si fanno.
Ho anche mangiato i carciofi alla giudia.

5 Risposte

  1. [...] Che le leggete qua se cliccate su “Che le leggete qua” cioè dovete con il coso lì la f… [...]

  2. Valentina (però un'altra)

    non è vero, ti si ama dibbrutto. tutti.

  3. e come sono?

  4. di rara bontà!!

  5. ah Guido, dimenticavo di dirti… quando vuoi io ti sposo eh!

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